Ask the creator: intervista a Simone Bramante

intervista a simone bramante

La nostra ultima classifica dei migliori Travel Influencer ha visto svettare al primo posto Simone Bramante, in arte Brahmino, il primo fotografo italiano a raggiungere un numero considerevole di follower su Instagram, ora sono quasi 1 milione.
Le sue foto hanno una riconoscibilità e una bellezza che lo hanno portato a scrivere un libro per Mondadori “Fotografare le emozioni” e a collaborare con aziende globali come Barilla, Ducati, Longines, Omega, Lufthansa, Netflix. Ecco alcune cose che ha detto, estrapolate da una lunga conversazione con il nostro head of marketing Vincenzo Cosenza (che potete ascoltare qui).

Ci racconti un pò il tuo percorso che ti ha portato ad essere così popolare e a lavorare con grandi brand?

Sette anni fa ero creative director di un’agenzia e ad un certo punto, per seguire il posizionamento editoriale di un’azienda olandese, ho deciso di iniziare a lavorare in proprio. Brahmino è un nome che deriva da un romanzo di Hermann Hesse e nasce molto prima quando frequentavo le prime community online su mIRC o Atlantide. 

Qual è stato l’impatto di Instagram sulla fotografia?

Instagram ha aiutato a creare una relazione tra persone e immagini, in modo più consapevole. Prima di Instagram c’erano sicuramente meno persone che riuscivano a decodificare un’immagine, la subivano un po’ di più rispetto ad oggi. 
Successivamente però si è ristretto il campo creativo perché gli utenti, per protagonismo, hanno prima studiato le immagini di maggior successo e poi hanno provato a riprodurre quello stesso stile. Dunque oggi l’estetica delle immagini è molto uniforme, per cui cerco sempre di discostarmi dagli stili prevalenti.

Molti brand ti cercano per imprimere un guizzo di creatività ai propri progetti, ma vedo che sei molto attento nella scelta. Come selezioni le aziende con le quali lavorare?

Collaboro con aziende che vogliono raccontare messaggi che trovo interessanti attraverso le immagini. Mi sono trovato molto bene con Barilla perché ha un forte rispetto per i content creator e lasciano ampio spazio alle idee che gli proponi. Grazie a loro le mie immagini sono finite in spot, cartelloni pubblicitari e anche sui pacchi di pasta. 
Allo stesso tempo sono molto contento quando mi propongono progetti sociali. Ho lavorato bene con Wami, una startup che vende bottiglie d’acqua e dona parte del ricavato alla realizzazione di progetti idrici in Africa. Con loro sono stato in Tanzania a raccontare l’impatto che questa azione ha sulla vita di bambini e famiglie.  

Che attrezzatura usi?

Non amo parlare molto degli strumenti perché si possono fare belle foto anche con attrezzature poco costose, l’idea rimane centrale. In passato ho usato Leica, ineguagliabile sul colore, oggi uso macchine fotografiche Sony, la α7R e α9, per focus e dettaglio.

Hai un account interessante da suggerire?

C’è un account insolito che mi piaciuto molto ed è StreetView.Portraits, creato da una persona che, non potendo viaggiare per problemi di agorafobia, recupera immagini particolari di Google Street che però sembrano delle foto professionali. 

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere un percorso simile al tuo?  

Il mio successo è stato casuale, non l’ho cercato attraverso i social. Ma oggi è difficile emergere sui social a meno di non volersi appiattire su stili popolari. Per un fotografo la chiave del successo continua ad essere molto tradizionale ovvero entrare nel circuito delle mostre. Allo stesso tempo è importante avere un proprio sito sul quale mostrare i propri lavori.

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